C’è un rischio che l’Italia non può permettersi nella corsa all’intelligenza artificiale: affrontare la trasformazione tecnologica senza mettere al centro il talento e, in particolare, senza valorizzare pienamente quello femminile.
Nel dibattito pubblico, l’IA viene spesso raccontata come una leva di efficienza e produttività. Lo è. Ma per le imprese rappresenta un valore ancora più ampio: è una sfida di organizzazione, di competenze e di leadership. È una sfida con al centro le persone. Ed è proprio da qui che bisogna partire, perché i divari già presenti nel mercato del lavoro rischiano oggi di diventare ancora più penalizzanti. È quanto emerge anche dal report “Italia e parità di genere: Ridefinire le priorità e accelerare il cambiamento”, realizzato dal Comitato Scientifico di UN Women Italy e Deloitte in qualità di Official Knowledge Partner attraverso il Public Policy & Stakeholder Relations Centre.
I dati dello studio mostrano con chiarezza che il tema non riguarda solo l’accesso al lavoro, ma anche la permanenza e lo sviluppo professionale. Se consideriamo il tasso di occupazione femminile in Italia, questo è pari al 53,7%, contro il 71,2% maschile1. Per comprendere appieno la situazione del nostro Paese, non possiamo però focalizzare l’attenzione solamente sul numero di donne occupate. La questione strategica è dove e in quali ruoli lavorano, con quali opportunità di crescita e con quale accesso alle attività nelle quali si concentrerà il nuovo valore generato dall’IA.
Le donne sono oggi più presenti in funzioni amministrative e di supporto, che sono proprio tra quelle maggiormente interessate dalla trasformazione dei compiti. Il report evidenzia che la quota di occupazione femminile più esposta alle attività automatizzabili è superiore a quella maschile (4,7% per le donne e 2,4% per gli uomini, a livello globale)2. Senza un accompagnamento adeguato, il rischio è una polarizzazione più marcata tra ruoli ad alta crescita e percorsi professionali più fragili.
A questo si aggiunge un altro elemento cruciale: la valorizzazione delle competenze. Oggi l’Italia sconta un doppio limite. Da un lato, resta ancora insufficiente la presenza femminile nelle competenze più richieste dalla transizione digitale: solo il 44% delle donne possiede conoscenze digitali di base e appena l’1,5% lavora come specialista ICT3. Dall’altro, il problema non riguarda solo le competenze che mancano, ma anche quelle che non vengono pienamente valorizzate.
L’Italia registra infatti il più alto divario di overqualification nell’Unione europea: il 24,3% delle donne occupate svolge un lavoro non coerente con il proprio livello di istruzione, contro il 16,7% degli uomini4. Il Paese non solo fatica a rafforzare la presenza femminile nei ruoli digitali, ma continua anche a non utilizzare fino in fondo il capitale umano già disponibile. È una perdita di produttività, innovazione e capacità competitiva che non possiamo permetterci di considerare marginale.
Per questo la sfida non è solo adottare l’IA, ma governarla mettendo le persone al centro. Significa investire in competenze digitali e trasversali lungo tutto il ciclo di vita professionale, ampliare la presenza femminile nei ruoli tecnologici e nei luoghi in cui si decide come le tecnologie vengono progettate e utilizzate. Si tratta quindi di costruire organizzazioni capaci di valorizzare talenti diversi.
Serve un impegno convergente: scuola, università, formazione terziaria, imprese e territori. La collaborazione pubblico-privato è importante, ma altrettanto decisivo è il contributo diretto delle aziende, anche attraverso academy d’impresa interne che accelerino reskilling e upskilling - come la nostra Digita Academy di Napoli. Perché, nell’era dell’IA, la parità non si misura solo nell’accesso al lavoro, ma nella capacità di trasformare il talento in valore.