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Italia e parità di genere: Ridefinire le priorità e accelerare il cambiamento

 

La parità di genere non è solo un obiettivo di equità: rappresenta un fattore determinante per la crescita sostenibile, l’innovazione e la competitività dell’Italia. Nonostante alcuni segnali di progresso, il Paese continua a registrare uno dei divari più ampi d’Europa, con un tasso di occupazione femminile fermo al 53,7% rispetto al 71,2% maschile. Questo divario si amplifica nel Mezzogiorno, dove l’accesso al lavoro, ai servizi e alle opportunità formative risulta ancora più limitato. Anche sul fronte reddituale, le disparità restano marcate: secondo le stime più recenti, il reddito medio percepito dalle donne corrisponde appena al 56,7% di quello degli uomini.

Il report, sviluppato con il contributo del Comitato Scientifico di UN Women Italy - di cui Deloitte è Knowledge Partner ufficiale - analizza in profondità le dinamiche strutturali che alimentano il gender gap e identifica tre ambiti prioritari su cui intervenire: empowerment economico e finanziario, infrastrutture sociali a supporto della vita familiare e trasformazione culturale.

Dalle barriere che ostacolano la progressione professionale (con il 15,6% delle donne impiegate in part-time involontario, contro il 5,1% degli uomini) alla bassa presenza femminile nelle discipline STEM (solo il 16,4% delle laureate), i dati mostrano una penalizzazione che si estende fino alla fase pensionistica, con un gender pension gap che raggiunge il 28,6%.

A pesare sulle possibilità di partecipazione economica femminile sono anche le infrastrutture sociali. La copertura degli asili nido in Italia è ancora insufficiente: 30% a livello nazionale, ma solo 17,4% nel Mezzogiorno, ben al di sotto del target europeo del 45% entro il 2030. Anche il congedo di paternità obbligatorio, pur retribuito al 100%, viene utilizzato solo dal 64,5% dei padri, con differenze significative tra Nord (76%) e Sud (44%). Questi squilibri contribuiscono a generare una child penalty superiore al 30%, che incide pesantemente sulla continuità e sullo sviluppo delle carriere femminili, perpetuando modelli di specializzazione di genere nei carichi di cura.

Accanto agli elementi economici e di welfare, il report analizza anche la dimensione culturale e digitale, mettendo in evidenza criticità ancora profonde: solo il 44% delle donne possiede competenze digitali di base, e appena l’1,5% lavora come specialista ICT. Al tempo stesso, l’Italia registra il più alto divario di over-qualification in Europa (24,3% per le donne contro 16,7% per gli uomini), segnalando una sistematica mancata valorizzazione del talento femminile e un mismatch tra competenze ed effettive opportunità.

Il confronto con i Paesi che hanno ottenuto progressi significativi - come la Francia, che combina servizi educativi capillari e congedi ridisegnati, la Svezia, con tassi di occupazione femminile vicini all’80%, o la Finlandia, che investe in strategie digitali con prospettiva di genere - mostra come un approccio integrato, coordinato e misurabile possa produrre cambiamenti concreti e duraturi. È proprio questa la direzione che il report propone: costruire un ecosistema capace di valorizzare il potenziale femminile attraverso politiche basate su evidenze, servizi equi e inclusivi, partnership pubblico-private e un rinnovato impegno culturale.

Investire nella parità di genere non è solo un imperativo di equità, ma una necessità strategica per affrontare le trasformazioni economiche, tecnologiche e demografiche in atto. Significa rafforzare il tessuto produttivo, stimolare innovazione e creare un Paese più resiliente, coeso e competitivo.

Scarica il report per esplorare dati, evidenze e soluzioni che possono guidare l’Italia verso un modello di sviluppo più equo, inclusivo e orientato al futuro.

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