Una base industriale solida e diversificata, dotata di autonomia strategica nei settori chiave, è fondamentale per la resilienza economica dell’Europa. Rivitalizzare la competitività industriale europea significa, innanzitutto, colmare i divari di costo rispetto ai principali concorrenti.
Per sostenere la capacità delle industrie ad alta intensità energetica di trasformare la decarbonizzazione in un fattore di competitività, Deloitte ha sviluppato la Decarbonisation and Competitiveness Benchmark Survey. Questo benchmark fornisce un’istantanea dello stato di avanzamento della decarbonizzazione industriale in Europa.
Le sfide
Le opportunità
Le industrie ad alta intensità energetica hanno tradizionalmente alimentato la crescita e la prosperità economica europea. Questi settori forniscono milioni di posti di lavoro di alta qualità direttamente e lungo le loro lunghe filiere, sostenendo anche le imprese di altri settori.
L’industria pesante garantisce la sicurezza dell’Europa. Le tensioni geopolitiche stanno portando a un aumento del protezionismo e a un’attenzione crescente alla sovranità, mentre i decisori politici cercano di riprendere il controllo diretto delle catene di approvvigionamento per supportare la difesa nazionale. Senza solide capacità produttive interne, la sicurezza dell’Europa e la sua capacità di rispondere efficacemente alle crisi rischiano di essere compromesse. Cambiamenti improvvisi nella politica estera, uniti a una forte concorrenza da parte di aziende statunitensi e cinesi, impongono all’Europa di migliorare drasticamente la propria competitività se vuole preservare la crescita economica e il benessere consolidato dei suoi cittadini.
L’invasione russa dell’Ucraina ha aggravato il problema ormai noto degli elevati prezzi dell’energia in Europa. Oggi le industrie ad alta intensità energetica affrontano prezzi del gas naturale da quattro a cinque volte superiori a quelli statunitensi, e prezzi dell’elettricità da due a tre volte quelli USA.[1]
I costi energetici elevati hanno giocato un ruolo chiave nella riduzione della capacità industriale, degli investimenti e dei posti di lavoro in Europa. Negli ultimi tre anni circa 30 impianti dell’industria pesante europea hanno annunciato chiusure e altri sono in vendita, poiché i proprietari cercano di ridurre gli investimenti.[2]
Molti nel settore ritengono che le complesse politiche ambientali europee contribuiscano anch’esse al calo della competitività. L’UE si è impegnata a raggiungere il net zero entro il 2050, con un obiettivo intermedio di riduzione netta delle emissioni di gas serra del 90% entro il 2040.
Pur essendo ambiziose e ben intenzionate, i critici sostengono che queste politiche abbiano indebolito la capacità del settore industriale di competere nei mercati nazionali e internazionali. L’EU Emissions Trading System, il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM) e la Corporate Sustainability Reporting Directive sono regolamenti pensati per incentivare gli investimenti nella decarbonizzazione industriale europea e garantire condizioni di parità. Tuttavia, queste misure impongono costi, complessità e incertezze aggiuntive all’industria pesante europea, oneri che i concorrenti globali non sempre affrontano.
Non solo queste misure hanno ridotto la competitività dell’Europa, ma il loro impatto sulla decarbonizzazione è anch’esso discutibile. L’industria pesante europea ha ridotto le emissioni del 46% rispetto al 1990, ma in parte ciò è dovuto alla contrazione della domanda e alla crescente competizione internazionale.[3] Nel frattempo, le emissioni legate alle importazioni sono cresciute compensando quasi metà di tale miglioramento.[4]
Il nostro benchmark mostra che il settore sta facendo progressi in termini di efficienza energetica, con sette intervistati su dieci che dichiarano un miglioramento dell’efficienza negli ultimi due anni, e che il ritmo sta accelerando.
La crescita industriale europea stagnante ha dominato il dibattito politico dall’inizio del 2024, portando alla pubblicazione di rapporti come The Future of European competitiveness di Mario Draghi e Much more than a market di Enrico Letta. Entrambi i documenti sono ora centrali nell’agenda politica dell’UE.
Per aumentare la sovranità economica e ridurre la dipendenza dall’esterno, questi report chiedono la semplificazione delle normative, il potenziamento del mercato unico e un focus su tecnologie innovative come l’intelligenza artificiale e i semiconduttori.
In risposta alle sfide evidenziate nel rapporto Draghi, la Commissione Europea ha lanciato all’inizio del 2025 il Clean Industrial Deal e il suo Competitiveness Compass. Secondo questi documenti, la crescita industriale europea sarà trainata da energia pulita, accessibile e prodotta localmente, oltre che da materie prime rinnovabili; il tutto supportato dall’innovazione tecnologica, dall’economia circolare e da efficaci meccanismi di finanziamento pubblico e privato.[5]
Tuttavia, a oltre un anno dalla pubblicazione, delle 383 raccomandazioni contenute nel rapporto Draghi solo l’11% è stato completamente attuato finora.[6] Il rinnovamento delle politiche della Commissione Europea si tradurrà in una reale competitività solo se le imprese industriali europee sapranno cogliere le opportunità delineate.
L’Europa deve gestire con equilibrio la transizione energetica — il passaggio da sistemi energetici basati su combustibili fossili a fonti a basso contenuto di carbonio — per proteggere la propria autonomia strategica e prosperità, tutelando al contempo l’ambiente.
Un aumento significativo di energia pulita prodotta localmente sarà fondamentale per rafforzare la sicurezza, la resilienza e l’indipendenza energetica europea. Questo richiederà ingenti investimenti nella produzione di energia elettrica e combustibili a basso contenuto di carbonio, nei trasporti, nelle infrastrutture di approvvigionamento e in soluzioni flessibili. Tuttavia, una decarbonizzazione troppo rapida del sistema energetico, se non pianificata ed eseguita strategicamente, rischia di far aumentare ulteriormente i costi dell’energia, danneggiando la competitività industriale.
Al contrario, rallentare troppo la decarbonizzazione potrebbe avere un impatto negativo a lungo termine sull’ambiente, generare sfide per la sicurezza energetica e danneggiare infine l’economia.
La Deloitte Decarbonisation and Competitiveness Benchmark Survey fornisce un punto di riferimento per aiutare le organizzazioni a misurare i propri progressi nel percorso di decarbonizzazione. Il sondaggio si concentra su aree che possono guidare la competitività:
La survey si basa su un campione di 500 executive, di cui 107 provenienti dal settore chimico, 106 dai prodotti industriali, 106 dal settore del cemento, ceramica, calce e vetro, 106 dal settore dell’acciaio e metalli non ferrosi e 75 dagli operatori di data center. Il fatturato medio annuo delle aziende dei rispondenti è stato di 4 miliardi di euro e il numero medio di dipendenti è stato 4.847. I partecipanti erano distribuiti in tutti gli stati membri dell’UE, oltre che in Norvegia, Svizzera e Regno Unito.
I risultati della benchmark survey di Deloitte confermano che le imprese industriali europee sono in una situazione di svantaggio competitivo. Sei su dieci rispondenti affermano che i loro costi operativi in Europa sono superiori di oltre il 10% rispetto a quelli dei concorrenti altrove, il che si traduce in prezzi più elevati sul mercato. In sintesi, le aziende europee sono schiacciate tra costi elevati e una concorrenza globale sui prezzi (Figure 1).
La maggioranza dei partecipanti dichiara che i loro prezzi sono più alti rispetto a quelli dei concorrenti extraeuropei, e quasi la metà afferma che sono superiori del 10% o più. Di conseguenza, l’Europa è diventata un importatore netto in molti settori, tra cui acciaio, chimica e cemento, nonostante i costi aggiuntivi legati al trasporto di merci prodotte altrove.
I prezzi di mercato confermano questa situazione. Nel secondo trimestre del 2025, ad esempio, il prezzo del cemento in Germania era di 229 dollari per tonnellata metrica, contro 96 $/TM negli Stati Uniti e 54 $/TM in Cina.[7]
L’elevato costo dell’elettricità e del riscaldamento è spesso individuato come la causa principale dello svantaggio di costo dell’industria europea. Il nostro benchmark conferma questa ipotesi: i rispondenti indicano che la parte più rilevante dei costi è costituita da carburante o materie prime (in media il 20%) ed elettricità (14%), Figure 2.
Come evidenziato, i già storicamente elevati prezzi energetici in Europa sono ulteriormente cresciuti dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Tuttavia, il passaggio a fonti energetiche più green difficilmente renderà le forniture più semplici, poiché il 42% dei rispondenti dichiara che l’accesso a combustibili o materie prime a basso contenuto di carbonio è “molto” o “abbastanza” difficoltoso, contro solo il 14% che afferma lo stesso per i combustibili fossili.
Questo onere legato ai costi energetici non si avverte solo durante la produzione. Per i rispondenti che importano ed esportano fuori dall’Europa, la logistica pesa più della tariffa o della tassa sul carbonio nei costi di produzione, molto probabilmente a causa del costo del carburante per il trasporto. La logistica rappresenta infatti la voce più rilevante nel costo di produrre beni fuori Europa per la vendita al suo interno, con quasi quattro intervistati su dieci che indicano un’incidenza dell’11% o più.
Sebbene anche per le aziende industriali extraeuropee siano presenti costi logistici, questi non compensano i maggiori costi di produzione domestica, aggravando così lo svantaggio competitivo delle imprese europee rispetto ai competitor non europei.
Le aziende europee devono inoltre affrontare ulteriori aumenti di costo derivanti dalle tasse sul carbonio - quasi la metà dei rispondenti segnala che queste incidono per oltre il 5% sui costi - e dall’adempimento a requisiti normativi su varie tematiche ambientali.
Considerando l’impatto significativo dei prezzi dell’energia sui costi industriali e sulle emissioni, la loro riduzione risulta fondamentale.
Un approccio consiste nel consumare meno energia. Il nostro benchmark evidenzia che il settore sta compiendo progressi in termini di efficienza energetica, con sette intervistati su dieci che riportano miglioramenti negli ultimi due anni. Il ritmo di miglioramento si accelera: nel prossimo biennio, quasi la metà prevede un aumento dell’efficienza pari al 6% o superiore (Figure 3).
Il nostro benchmark evidenzia che il settore sta facendo progressi in termini di efficienza energetica, con sette intervistati su dieci che segnalano miglioramenti dell’efficienza negli ultimi due anni, e una generale accelerazione.
Nonostante questi sforzi, l’efficienza da sola non renderà le imprese industriali europee più competitive né ridurrà le emissioni in linea con gli obiettivi net zero dell’UE. Ci sono tre strategie principali che le aziende industriali potrebbero adottare per ottenere una riduzione significativa dei costi energetici e delle emissioni.
La prima consiste nell’ampliare l’elettrificazione e sfruttare i vantaggi derivanti dalla decarbonizzazione della rete elettrica. I produttori industriali potranno ottimizzare i costi energetici attraverso l’autoproduzione e il ricorso alla rete quando i prezzi sono più bassi.
La rete elettrica rappresenta la principale fonte di energia per le aziende industriali. Il nostro benchmark evidenzia che il 61% di queste aziende preleva tra il 31% e il 50% del proprio consumo energetico europeo dalla rete (Figure 4). Inoltre, la maggior parte acquista almeno il 6% del proprio fabbisogno energetico tramite strumenti come i Power Purchase Agreements (PPA) o acquisti sul mercato spot, resi possibili dalla rete stessa. La copertura dei prezzi è un ulteriore strumento che consente alle imprese di ridurre i rischi, garantendo maggiore prevedibilità e, se gestita correttamente, condizioni economiche più vantaggiose.
La seconda strategia è l’autoproduzione di energia elettrica da fonti rinnovabili. Le fonti onsite potrebbero non bastare a soddisfare i processi produttivi ad alte temperature, ma possono supportare attività aggiuntive come il trasporto. Infatti, il 60% dei rispondenti dichiara di aver adottato qualche forma di produzione di energia solare.
Ciascuno di questi approcci è però vincolato dalla capacità della rete. L’elettrificazione della produzione industriale richiede un aumento dell’offerta di rete e la possibilità di immettere energia autoprodotta nella rete stessa. I ritardi nell’approvazione delle nuove connessioni stanno ostacolando l’integrazione di fonti rinnovabili. Secondo una stima, nel 2024-25, in 16 paesi europei erano in attesa di connessione alla rete circa 1.700 GW di progetti di energie rinnovabili e ibridi.[8]
La terza strategia consiste nello switch verso combustibili più puliti per i processi ad alta intensità termica, come l’idrogeno a basso contenuto di carbonio o la biomassa. Queste sono spesso le uniche opzioni decarbonizzate per alcune industrie ad alta intensità energetica. Tuttavia, la scarsità di offerta di questi combustibili ne limita l’adozione su larga scala. La limitata domanda deriva dal costo più elevato rispetto ai corrispettivi combustibili fossili.
L’European Hydrogen Observatory riporta che nel 2023 in Europa i costi livellati di produzione dell’idrogeno grigio (generato tramite steam methane reforming – SMR) si sono attestati in media a circa 3,76 €/kg di H₂. Integrando un sistema di cattura del carbonio, il costo medio di produzione dell’idrogeno blu tramite SMR è salito a 4,41 €/kg di H₂, mentre il costo medio di produzione tramite elettrolisi dell’acqua, usando elettricità dalla rete, è stato di 7,94 €/kg di H₂ (idrogeno verde).[9]
Un’altra strategia per competere sul fronte delle emissioni di carbonio è identificare e soddisfare la domanda di prodotti e servizi sostenibili. Il nostro benchmark mostra che due terzi dei rispondenti dichiarano che la loro azienda ha ricavato tra il 3% e il 10% del fatturato dell’anno precedente da prodotti o servizi sostenibili.
Questa strategia non è però accessibile a tutti. La domanda di prodotti sostenibili dipende in parte dagli obblighi regolatori dei clienti. Ad esempio, la normativa UE ReFuelEU impone alle compagnie aeree di aumentare l’uso di carburanti sostenibili dal 2% nel 2025 al 70% entro il 2050.[10] Al contrario, i costruttori di abitazioni non hanno obblighi specifici per l’uso di mattoni sostenibili.
La strategia si basa inoltre sulla domanda, che può essere variabile. L’indagine più recente di Deloitte, la Sustainable Consumer Survey del 2024, ha rilevato che il 36% dei consumatori del Regno Unito è disposto a pagare di più per prodotti etici o sostenibili, ma la maggioranza (64%) è indecisa.[11] Sebbene molti consumatori dichiarino una disponibilità a pagare un prezzo più alto nei sondaggi, esiste un noto divario "say-do", ovvero il comportamento d’acquisto effettivo spesso differisce dalle intenzioni dichiarate.
Quasi due terzi dei rispondenti (65%) ritengono che i loro clienti si aspettino di pagare di più per prodotti e servizi sostenibili, anche se solo un terzo afferma che i clienti sarebbero disponibili a pagare un premium superiore al 6%. Contemporaneamente, il 76% segnala che i prodotti sostenibili hanno costi di produzione maggiori. Questo aumento dei costi supera il premio di prezzo: oltre la metà (51%) dichiara che i prodotti sostenibili costano almeno il 6% in più per essere prodotti.
Per raggiungere prodotti industriali a emissioni quasi zero, l’incremento di costo sarà molto più elevato. Deloitte stima che produrre acciaio utilizzando idrogeno a basso contenuto di carbonio costerà il 137% in più rispetto all’acciaio convenzionale.[12] Per i fertilizzanti, l’analisi Deloitte indica un aumento del 244%.[13]
Il piano dell’UE per decarbonizzare l’economia europea entro il 2050 è ambizioso, ma il nostro benchmark mostra che anche le aziende industriali europee hanno impegni altrettanto ambiziosi.
L’obiettivo più comune, indicato dal 35% dei rispondenti, è il raggiungimento delle emissioni nette zero entro il 2040. Un ulteriore 24% punta al 2045 e un altro 24% al 2050. Due terzi dei partecipanti dichiarano di essere "on schedule". Resta però incerto come questi obiettivi saranno realizzati senza l’implementazione di condizioni chiave.
Le aziende stanno aumentando gli investimenti per raggiungere gli obiettivi net zero. L’82% dei rispondenti afferma che la propria organizzazione ha incrementato gli investimenti nella transizione energetica negli ultimi due anni, di cui il 31% ha registrato una crescita degli investimenti pari all’11% o più. Allo stesso tempo, l’81% ha aumentato gli investimenti nelle pratiche di economia circolare. Secondo il benchmark, questi investimenti sono destinati a crescere nei prossimi due anni.
I rispondenti prevedono inoltre un aumento degli investimenti nella transizione energetica (80%) e nell’economia circolare (78%) nei prossimi due anni, con la maggior parte che prevede una crescita del 6% o più (Figure 6).
Per eliminare la maggior parte delle emissioni di carbonio dalla produzione industriale è necessario implementare tecnologie più pulite ed efficienti lungo tutta la filiera.
Non tutte queste tecnologie sono necessariamente innovazioni all’avanguardia; molte sono già mature. Tuttavia, la loro diffusione su larga scala richiederà ingenti investimenti e una trasformazione coordinata.
I rispondenti al sondaggio hanno sperimentato diverse tecnologie pulite, oltre a fonti e materie prime a basso contenuto di carbonio come la biomassa. Le più diffuse sono la generazione solare (60%), l’uso di materie prime riciclate (59%) e biomassa (51%), e le pompe di calore (50%).
Tuttavia, il benchmark evidenzia che l’implementazione delle tecnologie pulite è ancora limitata. Solo il 33% dichiara che la propria organizzazione ha adottato tecnologie pulite “in modo esteso”. Due terzi (66%) si ritengono “estremamente” o “molto” efficaci nell’identificare e valutare nuove tecnologie pulite, ma soltanto il 51% si sente altrettanto capace nel farle crescere su scala.
Quali tecnologie pulite saranno probabilmente più utilizzate? La cattura e stoccaggio del carbonio (CCS) giocherà un ruolo importante nella decarbonizzazione industriale europea. È molto probabile che la base industriale europea dipenderà ancora da combustibili a emissioni di carbonio nel prossimo futuro, e il CCS sarà essenziale per ridurre sostanzialmente le emissioni. Tuttavia, secondo i rispondenti, il CCS non è ancora stato adottato su larga scala nel settore industriale europeo.
Nove intervistati su dieci segnalano che l’accesso alle infrastrutture di CCS è limitato. Mentre Northern Lights nella Norvegia occidentale e il progetto Porthos intorno al porto di Rotterdam offrono infrastrutture avanzate di CCS, in Europa erano operative solo otto strutture di stoccaggio del carbonio a luglio 2025.[14] In confronto, negli Stati Uniti erano già attive 13 strutture nel 2023.[15]
Trasformare la base industriale europea verso una produzione a basso contenuto di carbonio e competitiva in termini di costi richiede investimenti senza precedenti. Decarbonizzare i quattro settori più energivori (chimica, metalli di base, industrie non metalliche e carta) necessita di un investimento stimato di circa 500 miliardi di euro nei prossimi 15 anni.[16]
Da dove arriveranno questi investimenti? Secondo la nostra survey, l’industria europea dipende già dai finanziamenti pubblici. Un terzo dei rispondenti dichiara che oltre il 10% del proprio finanziamento esterno in Europa proviene dall’UE, da finanziamenti nazionali o regionali (Figure 8).
L’UE ha già fornito un sostanziale supporto alla decarbonizzazione industriale tramite l’Innovation Fund, sostenuto dal sistema ETS. Il Clean Industrial Deal propone inoltre di mobilitare 100 miliardi di euro a favore della produzione pulita.[17] Tuttavia, questa cifra è molto inferiore rispetto agli investimenti necessari.
I capitali privati giocheranno un ruolo importante. La principale fonte di finanziamento per i rispondenti è l’emissione di azioni convenzionali e obbligazioni, con il 71% che ne trae oltre il 10% dei fondi esterni. Una percentuale sorprendentemente elevata (40%) si è anche avvalsa di obbligazioni legate alla sostenibilità e finanziamenti green per più del 10% dei propri finanziamenti.
I leader di settore intervistati in questa ricerca dicono però che queste fonti non possono offrire investimenti su scala sufficiente. L’alternativa è il finanziamento da parte degli azionisti, ma a fronte della promessa di profitto e non di sostenibilità.
Utilizzare tecnologie rinnovabili mature e migliorare l’efficienza energetica per ridurre i costi
Per migliorare la competitività industriale europea, il business case per l’investimento in tecnologie a basse emissioni di carbonio deve essere più chiaro e solido. Questo richiederà alle imprese relazioni più strette e mirate con gli stakeholder come decisori politici, fornitori, clienti, investitori e altri consumatori di energia.
Costruire relazioni più solide con stakeholder e partner
I leader aziendali intervistati nella nostra ricerca hanno sottolineato più volte la necessità di una riforma regolatoria europea. Hanno affermato che norme più semplici e misure per distribuire i costi lungo tutta la filiera sono requisiti fondamentali, in modo da permettere al settore industriale di affrontare la competitività globale continuando nel percorso di decarbonizzazione.
Le aziende industriali europee non possono attendere condizioni perfette per agire. Devono invece sfruttare sia i vantaggi sia i vincoli del mercato europeo per stimolare l’innovazione e conquistare un vantaggio competitivo mondiale nella decarbonizzazione industriale.
Pur avendo evidenziato le sfide dal lato dell’offerta che affrontano le industrie europee ad alta intensità energetica, per ottenere un settore industriale europeo davvero sostenibile e competitivo è necessaria una strategia complessa che vada oltre le attuali politiche lato offerta. Affidarsi unicamente al sistema ETS, ai sussidi o anche a un rafforzamento del CBAM rischia di lasciare i produttori europei in svantaggio, con scarso impatto sulle emissioni globali.
Si propone una strategia articolata in tre punti per raggiungere la competitività industriale europea:
Combinando questi tre elementi — un CBAM rafforzato, mandati robusti lato domanda e sostegno mirato lato offerta — l’UE potrà creare un circolo virtuoso di produzione e consumo sostenibili che favorisca la competitività economica e contemporaneamente la decarbonizzazione. Questa strategia non solo tutelerà l’industria europea, ma contribuirà in modo significativo agli obiettivi climatici globali.