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Un anno dopo il "Liberation Day": il ruolo della gestione doganale nelle imprese

Il 2 aprile 2025 ha segnato una discontinuità netta nelle politiche commerciali globali, generata dalla svolta statunitense. Quello che in molti avevano inizialmente ricondotto a una manovra negoziale tattica si è rivelato l'avvio di una trasformazione strutturale del commercio internazionale. Ad un anno di distanza, il quadro è chiaro: dazi e misure restrittive agli scambi globali non costituiscono un fenomeno congiunturale, ma una ridefinizione permanente delle regole del commercio globale.

Il principio del libero scambio come regola condivisa, cardine dell’architettura multilaterale del dopoguerra, ha lasciato il posto a un paradigma più transazionale, in cui l'accesso al mercato viene negoziato bilateralmente. Lo status di nazione più favorita (MFN) non è più riconosciuto automaticamente, e la politica commerciale è diventata strumento di proiezione geopolitica ed economica.

Per gli esportatori europei, e l'Italia figura tra i più esposti, ciò si è tradotto in dazi di base nella fascia media, con aliquote differenziali più elevate su settori strategici quali acciaio, alluminio e automotive. Parallelamente, il trade policy mix si basa sempre più anche su misure non‑tariffarie (come misure di export controls, screening degli investimenti diretti esteri (FDI) e requisiti normativi) che amplificano la complessità operativa del commercio internazionale.

Da funzione di supporto a leva strategica

La risposta globale si è evoluta da un mero adeguamento a una ristrutturazione più radicale delle catene di fornitura e all'adozione di approcci commerciali alternativi. L'impatto più rilevante che abbiamo osservato nel corso di quest'anno non risiede tanto nella misura dei costi tariffari in sé, quanto nella trasformazione dell'approccio con cui le imprese italiane presidiano le tematiche doganali e di commercio estero.

Fino all'anno scorso, le aziende tendevano a ricondurre la gestione doganale a una funzione di mera compliance: necessaria, ma sostanzialmente a basso valore percepito, delegata a strutture specialistiche spesso lontane dai processi decisionali. Oggi, la percezione è profondamente cambiata. Le decisioni relative alla struttura della supply chain, alla localizzazione della produzione, all'ottimizzazione delle classificazioni doganali e all'utilizzo degli strumenti di sospensione o riduzione dei dazi sono diventate aspetti centrali e strategici, con impatti diretti su marginalità, competitività e allocazione del capitale. Le organizzazioni più resilienti hanno integrato la pianificazione del commercio internazionale nei processi di governance aziendale, collegandola trasversalmente a funzioni di risk management, controllo di gestione, fiscalità internazionale e innovazione operativa.

Un cambio di paradigma nelle lenti di valutazione

Dal punto di vista organizzativo, abbiamo registrato un'evoluzione significativa nei criteri con cui le imprese valutano le proprie esposizioni e le relative risposte strategiche. La domanda non è più solo circoscritta alla quantificazione dell'impatto economico tariffario: l'analisi si estende alla catena del valore (dove si generano i margini e dove si concentrano i rischi) e a come ridisegnare processi e strutture organizzative per operare con efficienza in un contesto di tensioni commerciali strutturali.

Questo ha portato a maggiori investimenti in tecnologie di trade compliance e automazione dei processi doganali, favorendo lo sviluppo di competenze specializzate interne. Ciò ha permesso di attivare processi di ottimizzazione doganale, dall'analisi dell’origine preferenziale all'utilizzo dei regimi doganali speciali, che in precedenza erano considerati marginali rispetto alle priorità aziendali.

Nel contesto attuale, operare nei mercati internazionali richiede la capacità di muoversi con piena consapevolezza in un sistema regolatorio complesso e in continua evoluzione, trasformando i vincoli tariffari in leve di ottimizzazione doganale e di vantaggio competitivo.

A un anno dal "Liberation Day", la questione non è più se il quadro commerciale globale sia cambiato in modo permanente. La sfida, per le imprese, per le istituzioni e per i professionisti del settore, è costruire organizzazioni e competenze all'altezza di questa nuova realtà, con la visione strategica e la capacità tecnica necessarie per navigarla con efficacia.