La cybersecurity è diventata una priorità strategica nelle agende dei leader delle aziende globali. Eppure, nonostante gli investimenti crescenti, il supporto della C-suite e gli investimenti e la transizione verso modelli tecnologici più avanzati, le organizzazioni si trovano ancora di fronte a una realtà complessa e contraddittoria. La quinta edizione della Survey di Deloitte “Global Future of Cyber” – basata sulle risposte di oltre 1.000 leader in 43 Paesi – rivela un fenomeno affascinante: non sono i vincoli di budget o di governance a frenare la maturità cyber, bensì cinque paradossi strutturali che riflettono il divario tra visione strategica ed esecuzione operativa.
L’85% dei leader intervistati dichiara di essere “abbastanza” o “molto” fiducioso nella propria strategia di cybersecurity. Citano tra le altre cose, architetture di sicurezza moderne (42%), forti capacità di risposta agli incidenti cyber (33%), governance dei dati solida (35%) e supporto della C-suite elevato (33%). Il quadro sembra rassicurante, ma c’è un problema. Quando si chiede ai medesimi leader di quantificare il livello effettivo di implementazione di queste misure, la risposta cambia drasticamente. In media, infatti, solo il 70% degli intervistati dichiara di aver attuato concretamente queste azioni “in larga misura” o “in misura molto ampia”. Il divario è di 15 punti percentuali. Non si tratta di un errore di misurazione, ma di una criticità strutturale che le organizzazioni devono risolvere per conseguire la piena integrazione operativa.
La dimensione cyber è ormai riconosciuta come una priorità strategica: il 66% degli intervistati lo fa capire parlando di “relazione forte” tra il Chief Information Security Officer (CISO) e il Chief Executive Officer (CEO), che sale al 76% considerando l’intera C-suite, ovvero l’insieme dei vertici aziendali preposti alla definizione della strategia aziendale. Ma se ai massimi livelli organizzativi questa centralità sembra assodata, nel resto dell’organizzazione l’importanza della dimensione cyber non è altrettanto percepita: basti vedere le relazioni del CISO con altre funzioni chiave, come l’architettura IT (22%) o le risorse umane (57%), che secondo lo studio Deloitte sono ancora piuttosto limitate. È chiaro che un disallineamento del genere può rallentare l’efficacia cyber e che serve un approccio più trasversale e integrato.
Le organizzazioni intervistate da Deloitte dichiarano l’esigenza di semplificare il proprio ecosistema cyber: il 38% degli intervistati, infatti, ha tra gli 11 e i 20 fornitori, mentre il 29% dice di averne addirittura 21 o più. Altri numeri significativi: il 74% dei rispondenti afferma che il numero di partner di cybersecurity è aumentato nell’ultimo anno e la maggior parte prevede un’ulteriore crescita nei prossimi 3-5 anni (fino all’85%). E se per alcune organizzazioni, mantenere un numero elevato di fornitori è una strategia per evitare il rischio di concentrazione dei fornitori, altri preferirebbero collaborare con un numero minore di partner tecnologici per semplificare l’integrazione e ridurre la complessità operativa. In entrambi i casi, però, la verità è che non esiste una soluzione universale a questo dilemma. La proliferazione di vendor è una conseguenza inevitabile di un panorama minacce in rapida evoluzione e di un’architettura cyber frammentata. La soluzione non è “consolidare a tutti i costi”, ma razionalizzare strategicamente anche attraverso piattaforme integrate che abilitino AI e agentic workflows.
Le violazioni cyber sono sempre più frequenti e chiunque, anche al di fuori dei contesti aziendali, ha compreso la loro pervasività. Il 78% delle aziende coinvolte nella survey ha reso pubblica almeno una violazione nel 2025, rispetto al 91% del 2024. Quasi un terzo ha segnalato da 6 a 10 violazioni nel 2025, rispetto al 40% del 2024. Di conseguenza, è calata anche la percentuale di chi si è ritenuto danneggiato “significativamente” dagli attacchi cyber: il 52% degli intervistati contro il 64% del 2024. Questo non significa che gli attacchi siano meno gravi, ma che le organizzazioni sono diventate più efficienti nella prevenzione e contenimento. D’altra parte, un basso numero di breach segnalati potrebbe non sempre essere un buon segno, infatti potrebbe essere un sintomo di capacità di detection poco mature.
Gli investimenti in cybersecurity stanno aumentando: tra gli intervistati da Deloitte l’85% dichiara di avere aumentato il budget cyber nell’ultimo anno e una percentuale ancora più alta - l’88% - prevede un’ulteriore crescita per il prossimo anno. Ma mentre il dato della crescita – certamente positivo – rimane costante di anno in anno, il cambio del panorama esterno è sempre più veloce e turbolento. Uno scenario che impone un cambio di approccio nella gestione finanziaria: le organizzazioni devono dotarsi di modelli più flessibili se vogliono essere in grado di affrontare la velocissima trasformazione delle frontiere tecnologica, a partire da quella dell’intelligenza artificiale e, in particolare, della GenAI.
In conclusione, questi cinque paradossi non sono fallimenti. Sono segnali di transizione. Le organizzazioni hanno costruito le fondamenta strategiche della cybersecurity e adesso devono affrontare la sfida più difficile: trasformare la visione in esecuzione operativa integrata. La domanda non è più: “Abbiamo una strategia cyber?” ma diventa: “Possiamo eseguirla in tempo reale, mentre il panorama di minaccia cambia?” Le organizzazioni che rispondono “sì” a questa domanda saranno quelle che trasformeranno la cybersecurity da funzione di controllo a vero abilitatore di business. I paradossi che emergono da questa indagine non sono da interpretarsi solo come segnali di allarme, ma anche come opportunità per le aziende. Le organizzazioni che sapranno interpretarli con lucidità e lungimiranza, infatti, potranno colmare quel divario che oggi li separa dal massimo grado di preparazione ed efficienza cyber che lo scenario richiede. Oggi e soprattutto in futuro.