
Di seguito un'intervista a Massimo Bianchi, Partner Deloitte.
Il settore Manufacturing in India: quali le prospettive, guardando alla situazione globale?
Massimo Bianchi: Certamente promettenti. Non è un segreto che l’India sia una tra le potenze manifatturiere emergenti, forse “la” più promettente del cosiddetto “BRIC” - Brasile-Russia-India-Cina. Dati recenti, relativi al secondo semestre del 2005, indicano il settore Manifatturiero in crescita di circa il 10 % rispetto al precedente 2004.
Con queste performance l’India si avvia a divenire il primo paese al mondo per attrattività del proprio sistema manifatturiero.
Le condizioni appaiono, per il prossimo quinquennio almeno, grandemente favorevoli sia per le aziende locali emergenti, sia per le global firm mondiali che, da tempo, si stanno muovendo con risorse, produzione, R&D e marketing verso questo paese.
Un recentissimo studio compiuto da Deloitte su 800 aziende manifatturiere del mondo, intitolato Deloitte Global Benchmark Survey, ha visto le aziende indiane spesso superare le dirette concorrenti in termini di Gross profit, Ebit e crescita dei ricavi.
Riguardo alle Operation, le aziende indiane hanno realizzato significativi recuperi di eccellenza di processo, qualità e non ultimo capacità di management. Infine, il World Ecomic Forum di Davos ha posto in netta evidenza che l’India è ritenuta dai leaders delle più importanti multinazionali del pianeta il paese più attrattivo dietro alla Cina. Oltre il 60% dei leader mondiali dichiara di avere in cantiere progetti che coinvolgono l’India!
Quali passi sta percorrendo il Governo indiano per raggiungere i suoi obiettivi?
MB: L’economia indiana odierna è il derivato di due decadi di riforme economiche che hanno inciso profondamente sulla capacità competitiva del paese ed hanno contribuito a mitigare i grandi problemi sociali di un popolo che ha il 17 % dell’intera popolazione del nostro pianeta e solo circa il 2% del PIL Mondiale (GDP).
Nonostante questo dire che l’India è un paese economicamente stabile e che il cammino più impervio è già alle spalle sarebbe un azzardo.
Va innanzi tutto sottolineato che non vi è particolare “osmosi” tra il mondo industriale e quello politico, tuttavia ritengo che il Governo stia comunque agendo da protagonista.
Il Primo Ministro ha dichiarato di avere 5 priorità per l’immediato futuro:
- Migliorare la produttività agricola;
- Affrontare i problemi legati all’urbanizzazione (indotti anche dall’industrializzazione);
- Eliminare il “Deficit infrastrutturale” (servizi, sicurezza, sanità, viabilità – sta per essere completato un importante sforzo sul versante autostradale e sono da tempo avviati progetti per il potenziamento dei servizi aeroportuali, del sistema bancario, etc.);
- Aumentare il tasso di scolarità drammaticamente basso;
- Favorire le imprese che investono direttamente in India.
Personalmente aggiungerei un altro punto che mi pare rilevante, e cioè quello del sostegno ed incentivo al consumo delle famiglie, che deve divenire il vero motore dell’economia interna indiana. Del resto questo è un “fattor comune” di tutta l’Asia.
Quando si fa riferimento alla crescita in India si pensa ad una crescita sostenibile? Quali i pro ed i contro della crescita indiana?
MB: Incominciamo dai “pro”.
La crescita tumultuosa dell’economia indiana ha portato sin qui almeno due ordini di benefici. Il primo, tutto interno all’India, è misurabile dall’incremento del PIL pro-capite, con un aumento piuttosto generalizzato dei salari, anche indotti dal “boom manifatturiero”. Va fra l’altro rilevato che l’aumento del PIL pro-capite medio dell’ultimo ventennio è stato nettamente inferiore a quello cinese (3,9% contro il 6,6%) e non è superiore ad altri paesi asiatici quali ad esempio il Pakistan ed il Vietnam. Tuttavia il recupero rispetto ai paesi industrializzati “occidentali” è senz’altro significativo.
Il secondo “pro” si può cogliere invece fuori dall’India; mi riferisco ai nuovi “territori di mercato”, che i paesi industrialmente maturi hanno a disposizione. Questa è certamente un’opportunità che può essere colta in un economia del “superfluo” o comunque in un’economia “flat” quale quella occidentale; più che desiderabile dovrebbe essere un “must”, vale a dire non una scelta ma una scelta obbligata per tali economie.
Vediamo ora i contro, che riguardano sia la sfera prettamente economica sia quella socio-politica e istituzionale.
Pur avendo fatto molto, l’India ha ancora una quota di PIL mondiale relativamente bassa (2% circa), vale a dire un “peso” che è un terzo di quello cinese.
L’inadeguatezza di infrastrutture è un fattore di indubbio ostacolo nel processo ancora lungo verso uno standard accettabile di tutta la “supply chain” e quindi non solo in riferimento dell’eccellenza in fabbrica, ma soprattutto alla logistica di sourcing e distributiva.
I consumi delle famiglie sono il 35% del PIL e questo conferma come queste tendano ad essere prudenti per ovviare a carenze strutturali, ancora a livelli inaccettabili nel sistema sanitario, nel sistema pensionistico e nella sicurezza in genere. I consumi delle famiglie cioè, devono aumentare per sostenere lo sviluppo economico. Inoltre le sperequazioni nella distribuzione dei redditi sono elevatissime, la scolarità relativa agli studi superiori è il 10% contro l’82% della Corea del Sud, il 30% delle Filippine ed il 13% della Cina e il sistema fiscale è troppo rigido rispetto alle esigenze di sviluppo economico.
Insomma, c’è sicuramente più da fare di quanto sia stato fatto!
Al World Economic Forum hanno partecipato moltissimi indiani - quali sono stati i temi e le richieste su cui si sono focalizzate le delegazioni indiane?
MB: La presenza di ben 115 delegati è quest’anno stata quattro volte superiore alla precedente edizione; di contro i cinesi hanno avuto 30 delegati, come pure mi sembra significativo il rilevante numero di iscritti indiani a parlare: ben 60 su circa 300 interventi!
Pare dunque che la voce indiana desideri proprio farsi sentire. I temi più rilevanti?
Credo un sincero appello alle strategie di partnership, certamente più gradite ed anche, a mio avviso, più opportune per un approccio meno rischioso all’internazionalizzazione occidentale verso l’India.
Non sono mancati poi esaurienti e confortanti “spot” riguardo all’eccellenza della tecnologia, dei processi e dell’innovazione. Penso che anche il settore automobilistico possa dire la sua.
Un ultimo punto ha riguardato il confronto India-Cina; sono certo che su entrambi i fronti ci possano essere in futuro attacchi all’avversario, nel tentativo di convincere gli investitori ad investire nell’uno e non nell’altro Paese.
L’operazione di marketing più vistosa, sono convinto, la farà però l’India, che non ha gradito, e non ne fa mistero, l’oggettiva (sino ad ora) prevalente scelta del mondo occidentale verso il colosso cinese.
La partnership Fiat e Tata Motors sarà la prima di altri accordi? Quali vantaggi per le società italiane che realizzano partnership in India?
MB: A sentire gli amministratori delegati di Fiat, Sergio Marchionne, e di Tata Motors, Ratan Tata, e vedendo l’accordo siglato il 13 gennaio scorso, che consente a Fiat di rafforzare la propria presenza in India e di distribuire il marchio sia per autovetture che per ricambi, la risposta non è difficile. Si tratta di un primo importante passo che non rimarrà l’unico.
In effetti la rapidità con la quale l’accordo è arrivato dopo il memorandum d’intenti siglato solo in settembre ne è una concreta riprova. Evidentemente c’è forte volontà delle parti di realizzare il massimo della cooperazione. Come e dove è difficile prevederlo, tuttavia è possibile un “azzardo calcolato”, se pensiamo che Tata è già il quinto produttore di carrozze ferroviarie, ha acquistato Daewo Commercial Vehical ed ha recentemente messo piede in Spagna. E’ quindi una realtà globale, partner certamente d’aiuto nel particolare momento di rilancio del marchio Fiat. E Fiat ha tutto l’interesse anche a delocalizzare la produzione recuperando marginalità. Non possiamo poi escludere l’estensione di accordi ad altri marchi Fiat, per esempio Alfa. Tutto è possibile.
Quanto alle opportunità per le imprese italiane, esse sono tante e concrete; per un’economia quale la nostra attuale, “strozzata” dall’esigenza di ritrovare marginalità e diversificazione e con una domanda interna da anni flat, un mercato “prateria” come quello asiatico e quindi quello indiano, è un’opportunità non semplicemente da non perdere, ma assolutamente da inseguire ad ogni costo: si tenga conto però che solo con una crescita di tutto il Paese cresceranno anche i partner dell’India. Dunque meglio Partnership sinergiche che acquisizioni di conquista.